La lingua rap
Esprimersi è diventata ormai una fatica immane: questo ho notato di recente nella scuola della periferia romana dove insegno. Per anni mi sono divertito registrando le invenzioni linguistiche che spontaneamente nascevano tra i ragazzi. Qualcuno per la paura aveva smaltito”, qualcun altro “sclerava”, quel comico era un “taglio”, quell’amico “aveva perso la brocca”. Il dialetto e la lingua si mescolavano con vivacità, e certi racconti erano un prodigio di leggerezza ed efficacia. Se non si trovava una parola, si inventava, e il discorso andava avanti scoppiettante. Insulti e minacce, poi, erano veri capolavori dell’immaginazione, buffe acrobazie verbali in cui si risolveva allegramente ogni aggressività: “Ti piglio per le orecchie e t’alzo come la Coppa dei Campioni”, “T’acchiappo per il naso e mi ti porto via sulla spalla come una giacchetta estiva”. Poi è accaduto qualcosa, le frasi si sono fatte sempre più corte e generiche, più ansimanti. Spiegare cosa s’è fatto il pomeriggio precedente, o la trama di un telefilm, un pensiero o un’emozione, per i miei allievi è diventato quasi impossibile. “So cosa voglio dire, ma non riesco a dirlo” è la spiegazione più comune, e fanno male tutti quei sentimenti che rimangono dentro a marcire, quei pensieri incistati e senza voce. E allora mi è tornata in mente una frase di Joseph de Maistre che lessi in un libro di Cioran: “Ogni degradazione individuale o nazionale è immediatamente annunciata da una degradazione rigorosamente proporzionale del linguaggio”. Se ci sintonizziamo su una qualsiasi radio privata o su Mtv ci rendiamo immediatamente conto della carestia linguistica in corso. I deejay che parlano per ore ai ragazzi hanno un vocabolario fatto di cinquanta parole, balbettano, ridacchiano, si lanciano in discorsi che muoiono in dieci secondi, non riescono nemmeno a spiegare la musica che stanno trasmettendo. È un gorgoglio insensato, una sfilza di frasi fatte, di esclamazioni inutili,un filo che s’aggroviglia di continuo e si sfibra. Vorremmo suggerire qualche parola, per aiutarli ad andare avanti, ma da casa non possiamo farlo. Non stiamo qui a rimpiangere un italiano forbito o prezioso, nessuno vuole ammorbare il prossimo con la pedanteria di un accademico della Crusca: però l’afasia crescente mi fa soffrire, davvero mi dà l’impressione di una crisi irrimediabile che tocca le persone e il paese. Persino i termini più familiari, quelli nati dal popolo, sono dimenticati. Non mi riferisco al dialetto delle poesie del Belli, ormai pressoché incomprensibili, ma a termini che credevo d’uso corrente. Un esempio: in una classe di venti studenti, tutti romani, nessuno conosceva il significato di “tignoso”, parola che in città da tanto ha sostituito caparbio, ostinato, testardo. È un aggettivo che immaginavo ormai patrimonio collettivo, fino a ieri era sulla bocca di tutti e oggi è scomparso, disperso, morto. Ancora: tutti ignoravano il significato di “impunito”, parola chiave nel lessico romano, che si può tradurre in italiano solo con una lunga perifrasi, “uno che l’ha sempre passata liscia e per questo ora è tracotante”. E la strage continua ogni giorno, il vocabolario si assottiglia sempre più e così esprimersi e comunicare sta diventando un’impresa sovrumana. Molti allievi confessano di non seguire mai un telegiornale perché non capiscono quello che viene detto. Guardano le immagini, magari, ma il discorso che le accompagna si perde nel vuoto. Questo è il punto. La civiltà dell’immagine ha ormai schiantato quella delle parole, ma le immagini si subiscono e basta. È ovvio che ci sia ancora molta gente che legge e paria, che si racconta e ascolta, le librerie funzionano ancora decentemente, i reading degli scrittori sono spesso affollati, i volumi in edicola vanno alla grande. Però sta crescendo un’altra Italia, sorda e muta, persa in un’infelicità gutturale, in grugniti e parolacce e risatine, che non sa più spiegare neppure cosa prova e pensa. Certo, i messaggini telefonici abbondano, ma in fondo sembrano solo ribadire un unico concetto: io sono qui, tu dove sei? Io esisto ancora, e tu? Ma di chi è la colpa di questo terribile impoverimento? È sempre la televisione la responsabile oppure, e sarebbe tragico, è l’energia vitale che si sta prosciugando fin nelle parole? A me pare che il declino dell’Italia — economico, culturale, scientifico — ha la sua prima manifestazione, la più immediata e forse la più angosciante, in questa crisi del linguaggio. Chi sa parlare spesso si parla addosso, per ribadire la propria sterile intelligenza, per occupare narcisisticamente una vetrina — e chi non sa parlare sprofonda in un mutismo intimidito o in farfugliamenti insensati. Se si vuole che il paese riprenda a muoversi, bisogna incoraggiare gli investimenti, aiutare le aziende, la ricerca, le famiglie, ma anche e soprattutto restituire una lingua naturale agli italiani, affinché non ci sia solo strepito o silenzio. Altrimenti ben presto l’Italia sarà simile a un manicomio diroccato dove ognuno parlotta o tace da solo, cupamente.
MARCO LODOLI
(“La Repubblica”, 19/04/2005 pag. 21)