TrueSmile

travel notes. life notes. true, smiling, free.

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II DISCLAIMER

Questa non è una testata giornalistica: esce come voglio io, quando lo dico io, perchè lo dico io. Che è meglio!

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Parla tanto e troppo in fretta.
Scrive tanto e... torppo ni fertat!
Fa tante cose, ama tante cose, le interessano tante cose.
Impazzisce per le troppe cose.
Ha sempre addosso:
vestiti comodi, colori impossibili, una borsa troppo grande per trovare le cose quando servono
La riconosci per:
la risata suina, le macchie sui vestiti, il volume della voce
Ama:
i viaggi e i libri, la cioccolata e l'intelligenza, i bambini e le risate, i temporali e il sole, le biciclette e i treni, la notte e i sogni.
In una frase:
un pagliaccio dall'anima inquieta e malinconica

Speaks a lot and too fast.
Write a lot and....too afst!
She does many things, loves many things, cares many things...
Goes crazy 'cause of too many things.
She always wears:
large clothes, impossible colours, a bag too big to be useful if u need something quickly
Can be recognized by:
a piggy laugh, spots on clothes, high voice volume
She loves:
travels and books, chocolate and wit, children and laughs, storms and sun, bicycle and trains, night and dreams.
In one sentence:
a clown with a lonely soul

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venerdì, 16 maggio 2008

Tanto per autoafflizione

Io proprio no, non credo che i sogni esprimano i nostri desideri inconsci.
Che rimescolino fatti della realtà e sensazioni latenti, che mettano insieme pezzi di presente e passato, di reale e immaginario, sì.
Ma che diretto diretto quello che ti sogni vorresti che succedesse, quello no.
Cioè, mica io volevo sognare una cosa tanto brutta per due notti di fila, con tanto di ansia da sveglia e confessione al coinquilino del mio letto.
Una cosa da 7 o 5 alla Smorfia Napoletana.

Ma tanto l'hai sognato, in modo diverso, due notti di fila, almeno giocateli!

Io, che il Lotto è la tassa degli imbecilli.
Io, che non so neanche come funziona.

Io, ho giocato 1 euro su 7 e 5.

Io, che avrei potuto vincere 230 euro perchè l'ambo è uscito, ma io non avevo giocato su Napoli.

typed by: truesmile at 19:51 | link | commenti
categories: news, viaggi onirici
giovedì, 15 maggio 2008

E l'avranno pure applaudito

Mi potete dire tutto, ma che un Paese definito (o autodefinitosi) democratico debba essere indenne dalle accuse dell'ONU, be', questa può venire solo da Bush.

Con tutto l'amore che ho per Israele, cari miei, io dell'ONU sotto questo aspetto non mi vergogno.

typed by: truesmile at 18:20 | link | commenti
categories: news

Petizione per i Lettori in Italia


typed by: truesmile at 18:00 | link | commenti
categories: echo
martedì, 13 maggio 2008

Pensavo di essere scema...

...invece sono SOLO ignorante.

No perchè io Tripoli la collego alla Libia, poi mi capita di sentirne parlare in una notizia sul Libano e non capisco più niente e mi sento scema.
Ho controllato, ci sono DUE Tripoli.

Non si finisce mai di imparare

typed by: truesmile at 19:50 | link | commenti (1)
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lunedì, 12 maggio 2008

un sms per il Myanmar


typed by: truesmile at 20:57 | link | commenti (1)
categories: news, echo
domenica, 11 maggio 2008

Fazio, 1 minuto fa su "Che tempo che fa"

"Usare le parole è un privilegio, non un rischio.
Ma per essere all'altezza di questo privilegio bisogna ogni tanto correre qualche rischio"

typed by: truesmile at 20:27 | link | commenti (3)
categories: quotations
giovedì, 08 maggio 2008

Fibra e Nannini - in Italia


typed by: truesmile at 23:37 | link | commenti
categories: echo
mercoledì, 07 maggio 2008

Recupero e copincollo

La lingua rap

Esprimersi è diventata ormai una fatica immane: questo ho notato di recente nella scuola della periferia romana dove insegno. Per anni mi sono divertito registrando le invenzioni linguistiche che spontaneamente nascevano tra i ragazzi. Qualcuno per la paura aveva smaltito”, qualcun altro “sclerava”, quel comico era un “taglio”, quell’amico “aveva perso la brocca”. Il dialetto e la lingua si mescolavano con vivacità, e certi racconti erano un prodigio di leggerezza ed efficacia. Se non si trovava una parola, si inventava, e il discorso andava avanti scoppiettante. Insulti e minacce, poi, erano veri capolavori dell’immaginazione, buffe acrobazie verbali in cui si risolveva allegramente ogni aggressività: “Ti piglio per le orecchie e t’alzo come la Coppa dei Campioni”, “T’acchiappo per il naso e mi ti porto via sulla spalla come una giacchetta estiva”. Poi è accaduto qualcosa, le frasi si sono fatte sempre più corte e generiche, più ansimanti. Spiegare cosa s’è fatto il pomeriggio precedente, o la trama di un telefilm, un pensiero o un’emozione, per i miei allievi è diventato quasi impossibile. “So cosa voglio dire, ma non riesco a dirlo” è la spiegazione più comune, e fanno male tutti quei sentimenti che rimangono dentro a marcire, quei pensieri incistati e senza voce. E allora mi è tornata in mente una frase di Joseph de Maistre che lessi in un libro di Cioran: “Ogni degradazione individuale o nazionale è immediatamente annunciata da una degradazione rigorosamente proporzionale del linguaggio”. Se ci sintonizziamo su una qualsiasi radio privata o su Mtv ci rendiamo immediatamente conto della carestia linguistica in corso. I deejay che parlano per ore ai ragazzi hanno un vocabolario fatto di cinquanta parole, balbettano, ridacchiano, si lanciano in discorsi che muoiono in dieci secondi, non riescono nemmeno a spiegare la musica che stanno trasmettendo. È un gorgoglio insensato, una sfilza di frasi fatte, di esclamazioni inutili,un filo che s’aggroviglia di continuo e si sfibra. Vorremmo suggerire qualche parola, per aiutarli ad andare avanti, ma da casa non possiamo farlo. Non stiamo qui a rimpiangere un italiano forbito o prezioso, nessuno vuole ammorbare il prossimo con la pedanteria di un accademico della Crusca: però l’afasia crescente mi fa soffrire, davvero mi dà l’impressione di una crisi irrimediabile che tocca le persone e il paese. Persino i termini più familiari, quelli nati dal popolo, sono dimenticati. Non mi riferisco al dialetto delle poesie del Belli, ormai pressoché incomprensibili, ma a termini che credevo d’uso corrente. Un esempio: in una classe di venti studenti, tutti romani, nessuno conosceva il significato di “tignoso”, parola che in città da tanto ha sostituito caparbio, ostinato, testardo. È un aggettivo che immaginavo ormai patrimonio collettivo, fino a ieri era sulla bocca di tutti e oggi è scomparso, disperso, morto. Ancora: tutti ignoravano il significato di “impunito”, parola chiave nel lessico romano, che si può tradurre in italiano solo con una lunga perifrasi, “uno che l’ha sempre passata liscia e per questo ora è tracotante”. E la strage continua ogni giorno, il vocabolario si assottiglia sempre più e così esprimersi e comunicare sta diventando un’impresa sovrumana. Molti allievi confessano di non seguire mai un telegiornale perché non capiscono quello che viene detto. Guardano le immagini, magari, ma il discorso che le accompagna si perde nel vuoto. Questo è il punto. La civiltà dell’immagine ha ormai schiantato quella delle parole, ma le immagini si subiscono e basta. È ovvio che ci sia ancora molta gente che legge e paria, che si racconta e ascolta, le librerie funzionano ancora decentemente, i reading degli scrittori sono spesso affollati, i volumi in edicola vanno alla grande. Però sta crescendo un’altra Italia, sorda e muta, persa in un’infelicità gutturale, in grugniti e parolacce e risatine, che non sa più spiegare neppure cosa prova e pensa. Certo, i messaggini telefonici abbondano, ma in fondo sembrano solo ribadire un unico concetto: io sono qui, tu dove sei? Io esisto ancora, e tu? Ma di chi è la colpa di questo terribile impoverimento? È sempre la televisione la responsabile oppure, e sarebbe tragico, è l’energia vitale che si sta prosciugando fin nelle parole? A me pare che il declino dell’Italia — economico, culturale, scientifico — ha la sua prima manifestazione, la più immediata e forse la più angosciante, in questa crisi del linguaggio. Chi sa parlare spesso si parla addosso, per ribadire la propria sterile intelligenza, per occupare narcisisticamente una vetrina — e chi non sa parlare sprofonda in un mutismo intimidito o in farfugliamenti insensati. Se si vuole che il paese riprenda a muoversi, bisogna incoraggiare gli investimenti, aiutare le aziende, la ricerca, le famiglie, ma anche e soprattutto restituire una lingua naturale agli italiani, affinché non ci sia solo strepito o silenzio. Altrimenti ben presto l’Italia sarà simile a un manicomio diroccato dove ognuno parlotta o tace da solo, cupamente.
MARCO LODOLI
(“La Repubblica”, 19/04/2005 pag. 21)

typed by: truesmile at 18:06 | link | commenti (1)
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martedì, 29 aprile 2008

Priorità

Sì lo so che la destra dilaga con arroganza

ma questo è più urgente

typed by: truesmile at 19:45 | link | commenti (4)
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giovedì, 24 aprile 2008

Grillo e il V-2

Ok, oggi sono in tono polemico

Domani c'è il V-2.

Io sarò in Slovenia, alle terme, perchè sono egoista, percè è l'unico ponte che potrò prendermi per un po'.

L'amore per le idee di Beppe si mescola allo scetticismo per i metodi e l'effetto leader che ha...purtroppo dall'antipolitica passa senza volerlo alla politica, nel senso che i grillini per certi aspetti sembrano un altro partito...

Spero di sbgiarmi: spero abbia solo catalizzato interessi e preoccupazioni latenti..

Se siete in giro, firmate.

typed by: truesmile at 19:23 | link | commenti
categories: news